
La nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza Meloni potrebbe finire davanti alla Corte costituzionale. Non perché premio di maggioranza e liste bloccate siano, da soli, vietati. Il problema è l’effetto che producono insieme. La riforma riduce quasi del tutto i collegi uninominali e punta su un sistema proporzionale. Ma se una lista o coalizione supera il 42% ed è la più votata sia alla Camera sia al Senato, ottiene un premio: 70 deputati e 35 senatori. Risultato: con poco più di quattro voti su dieci può arrivare a circa il 55% dei seggi. Immaginiamo due coalizioni: 42,1% contro 41,9%. Appena lo 0,2% di differenza nei voti può tradursi in decine di parlamentari di distanza. La Consulta ha già ammesso che un premio di maggioranza può essere legittimo. Nel 2017 giudicò ragionevole anche una soglia del 40%. Ma controlla che il premio non deformi eccessivamente la rappresentanza. Poi c’è il problema di chi viene eletto. Una parte dei seggi del premio sarebbe assegnata attraverso listini decisi dai partiti. L’elettore vota nella propria circoscrizione, ma contribuisce anche all’elezione di candidati sui quali non ha espresso alcuna preferenza. Nel 2014 la Corte bocciò il Porcellum proprio perché liste bloccate troppo ampie comprimevano la libertà di scelta dell’elettore. La nuova legge non è quindi “sicuramente incostituzionale”. La vera questione è questa: fino a che punto si può sacrificare la rappresentanza in nome della governabilità? #leggeelettorale #Costituzione #politica #elezioni #Cortecostituzionale
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